Il paradosso del “credente non pagante”: la Corte di giustizia ritorna sull’art. 4, paragrafo 2, direttiva 2000/78/CE
Sinossi: Il presente contributo esamina la decisione della Grande Sezione della Corte di giustizia dell’Unione europea del 17 marzo 2026, con la quale la Corte ha escluso che l’obbligo di permanenza in una determinata confessione religiosa possa configurarsi, di per sé, come requisito essenziale, legittimo e giustificato ai sensi dell’art. 4, paragrafi 1 e 2, della direttiva n. 2000/78/CE, indipendentemente dalla natura delle attività professionali del dipendente o dal contesto in cui esse vengono espletate, e ciò in specie qualora l’organizzazione datoriale attribuisca le medesime mansioni a lavoratori non appartenenti alla confessione di riferimento e il dipendente non abbia tenuto pubblicamente condotte ostili all’etica dell’organizzazione. La pronuncia con-solida un approccio funzionale e oggettivo nella valutazione dei requisiti di appartenenza nei rapporti di la-voro con le organizzazioni di tendenza, in luogo di un criterio meramente confessionale. Prima di procedere all’analisi della sentenza, il contributo ricostruisce il quadro normativo eurounitario e la sua sistematizzazione a opera delle sentenze Egenberger (C-414/16) e IR (C-68/17), nonché i tratti essenziali dell’ordinamento tedesco, contesto giuridico in cui si inscrivono tutte le vicende esaminate, soffermandosi sul delicato bilanciamento tra il diritto fondamentale dei lavoratori a non subire discriminazioni fondate sulla religione o sulle convinzioni personali e il diritto all’autonomia delle Chiese e delle altre organizzazioni di tendenza.
Abstract: This study examines the decision of the Grand Chamber of the Court of Justice of the European Union of 17 March 2026, in which the Court held that the obligation to remain in a specific religious denomination cannot, in itself, be qualified as an essential, legitimate, and justified requirement under Article 4 (1) and (2) of Directive 2000/78/EC, regardless of the nature of the employee’s professional activities or the context in which they are carried out. This applies, in particular, where the employer assigns the same duties to staff not belonging to the relevant denomination and the employee has not publicly manifested attitudes hostile to the organisation’s ethos. The judgment consolidates a functional and objective approach to the assessment of membership requirements in employment relationships with ethos-based organisations, as opposed to a purely confessional criterion. Before proceeding to the analysis of the judgment, this contribution reconstructs the EU legal framework as systematised by the judgments in Egenberger (Case C-414/16) and IR (Case C-68/17), as well as the essential features of the German legal system – the legal context in which all the cases examined are situated – focusing on the delicate balance between the fundamental right of workers not to be discrimi-nated against on the basis of religion or belief and the right to autonomy of churches and other ethos-based organisations.
