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L’enciclica sull’IA: lavoro, trasparenza e redistribuzione dei profitti

Attualità - Anna Zilli - 26 Maggio 2026

Il 25 maggio 2026, nel 135° anniversario della Rerum novarum[1], Papa Leone XIV ha pubblicato la sua prima enciclica. Si chiama Magnifica Humanitas e affronta la trasformazione più profonda del nostro tempo: l’intelligenza artificiale che ridisegna lavoro, potere e democrazia. Non è una condanna della tecnologia. È qualcosa di più esigente: una richiesta di cambio di logica, dalla ottimizzazione del profitto alla custodia della persona.

Soffermandoci solo sui profili lavoristici, nella Magnifica Humanitas, Leone XIV mette al centro la dignità della persona che lavora nell’era degli algoritmi. E apre — senza nominarla — la questione più controversa del dibattito economico contemporaneo.

La dignità della persona che lavora.

Il punto di partenza è teologico prima che economico. Leone XIV riprende l’insegnamento della Laborem exercens di Giovanni Paolo II: il lavoro non è un mezzo per ottenere reddito, né un problema da gestire. È «un bene fondamentale per la persona, principio dell’attività economica e chiave dell’intera questione sociale»[2]. In esso l’essere umano mette in gioco libertà, creatività, capacità di cooperare. È il luogo in cui la persona si costruisce e contribuisce alla società.

Da questa premessa discende tutto il resto. Se il lavoro ha questo valore, allora «le varie forme di precarietà, frammentazione dei percorsi professionali e automazione non possono essere valutate solo in termini di efficienza». Devono essere lette e soppesate a partire dalla dignità della persona che lavora, dal diritto a una retribuzione sufficiente, dall’effettiva possibilità di partecipare alla vita sociale.

È una critica strutturale al modo in cui oggi molte imprese tecnologiche trattano il lavoro: come variabile da minimizzare, sostituibile, esternalizzabile, frammentabile in microtask senza identità né tutele.

Leone XIV non ignora la posta in gioco. L’intelligenza artificiale «sta trasformando rapidamente la struttura stessa del lavoro» e «i nuovi modi di lavorare non sono necessariamente migliori». Il Santo Padre ci dice che, nella quarta rivoluzione industriale (ma che per alcuni è la società 5.0)[3], l’innovazione viene spesso accolta «solo in funzione della riduzione dei costi e dell’aumento dei profitti», con il rischio di una perdita di posti di lavoro «con un effetto a catena che colpisce in profondità famiglie, giovani ed economie locali».

La sentenza è netta: «L’obiettivo di maggiori profitti non può giustificare scelte che sacrificano sistematicamente l’occupazione». La persona è fine, non mezzo. L’ordine economico deve restare sottoposto alla sua dignità e al bene comune.

Non si tratta di nostalgia luddista. Il Papa non chiede di fermare l’automazione. Chiede che i suoi costi non vengano scaricati sui più deboli e che i suoi benefici non vengano intascati solo dai più forti.

 

Gli algoritmi non hanno compassione. Ed è un problema.

Il passaggio più originale dell’enciclica riguarda la delega algoritmica delle decisioni. Lasciare a un algoritmo scelte delicate — assunzioni, accesso al credito, valutazioni di performance, perfino sentenze penali — non è una questione tecnica. È una questione morale.

Quando una macchina decide chi viene assunto e chi no, chi ottiene un prestito e chi viene respinto, «viene eliminata dalla società la compassione, la misericordia e l’apertura al cambiamento della persona». Lo scarto dei più deboli viene «ammantato da una falsa e inattaccabile oggettività algoritmica». L’algoritmo non discrimina, si dice. Ma discrimina eccome: riproduce e amplifica i pregiudizi nei dati su cui è stato addestrato, con la copertura della neutralità scientifica[4].

Da qui la richiesta di trasparenza radicale: chi progetta, addestra e autorizza un sistema di IA deve poterne rispondere. I processi decisionali devono essere trasparenti e sempre contestabili da chi li subisce. Nessuna decisione rilevante sulla vita delle persone può essere delegata in modo opaco a una macchina. È una posizione che rafforza le istanze già contenute nell’AI Act europeo, ma le fonda in una visione antropologica più profonda: non è solo una questione di compliance, è una questione di giustizia[5].

 

I lavoratori invisibili: chi addestra i modelli vive in povertà

L’enciclica illumina una delle zone d’ombra più imbarazzanti del mondo tech. Dietro ogni grande modello di intelligenza artificiale c’è un esercito di lavoratori invisibili – spesso donne e giovani – che etichettano dati, classificano immagini, moderano contenuti tossici, a fronte di salari irrisori, senza contratti né tutele.[6] E ancora più in basso nella catena, si trovano i bambini, che lavorano nelle miniere di terre rare indispensabili ai microprocessori.[7]

Leone XIV li nomina, li chiama per nome e quello che sono — vittime di nuove forme di schiavitù — e chiede per loro tutele, visibilità e dignità. E compie un gesto inatteso: chiede «sinceramente perdono, a nome della Chiesa, per il ritardo storico con cui essa giunse a condannare la schiavitù». Il messaggio è esplicito: non aspettiamo altri secoli per riconoscere lo sfruttamento che abbiamo davanti agli occhi, nascosto dentro i nostri smartphone.

 

Il reddito di base universale: la domanda che l’enciclica non fa ma impone

Secondo il documento, non è più sufficiente affidarsi alle dinamiche spontanee del mercato globale. Gli Stati devono garantire formazione, protezione sociale, lavoro stabile e possibilità concrete di partecipazione economica. La giustizia sociale non può essere pensata come semplice redistribuzione successiva della ricchezza prodotta.

Il principio della destinazione universale dei beni è formulato sistematicamente dalla Chiesa[8].La sua applicazione ai dati e alle infrastrutture digitali costituisce la novità dottrinale più rilevante della Magnifica Humanitas: apre implicitamente la questione di strumenti normativi o fiscali — come la Digital Services Tax o meccanismi di condivisione dei dati — per restituire alla collettività il valore estratto dalle piattaforme.

Sin dal capitolo sui principi della Dottrina sociale, il Papa include anche le nuove forme di proprietà: brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati. Quando questi beni restano concentrati nelle mani di pochi, senza adeguate forme di condivisione e di accesso, si crea un nuovo squilibrio che contraddice la destinazione universale dei beni e alimenta il divario tra inclusi ed esclusi. Questo passo pone le basi per rivendicare un obbligo contributivo verso il bene comune da parte delle grandi piattaforme, tanto che, al paragrafo 163, Leone XIV dice che nell’epoca dell’IA e della robotica non ci si può affidare alla sola “mano invisibile” del mercato: la politica ha il compito di orientare le dinamiche economico-tecnologiche verso il bene comune, promuovendo lavoro dignitoso, inclusione sociale ed equa distribuzione dei benefici dell’innovazione

È vero che nell’Enciclica non compare mai l’espressione “reddito di base universale” o “reddito minimo garantito”. Eppure è la domanda che la logica dell’enciclica inevitabilmente evoca.

Se il lavoro rischia di essere eroso su larga scala dall’automazione, se «l’obiettivo di maggiori profitti non può giustificare scelte che sacrificano sistematicamente l’occupazione», se gli Stati devono «garantire formazione, protezione sociale, lavoro stabile e possibilità concrete di partecipazione economica» — allora la domanda su come garantire un reddito dignitoso in un’economia in cui il lavoro tradizionale si restringe diventa inevitabile.

Il Papa non risponde. Ma costruisce la premessa morale per farlo. La Dottrina sociale della Chiesa ha sempre legato la dignità della persona al lavoro, non al reddito disgiunto da esso. La Rerum novarum parlava di salario giusto, non di sussidio. La Laborem exercens insisteva sul lavoro come vocazione, non come opzione.

Staccare il reddito dal lavoro — come propone il reddito di base universale nella sua versione più radicale — è una rottura con questa tradizione. Eppure la stessa tradizione impone di chiedersi: se il mercato, lasciato a sé stesso, produce disoccupazione di massa e sfruttamento strutturale, lo Stato — e la comunità internazionale — hanno il dovere di intervenire. Come? Con quali strumenti? L’enciclica indica la direzione — bene comune, destinazione universale dei beni, giustizia sociale — ma lascia aperta la risposta tecnica. È, probabilmente, una scelta deliberata: non spetta al magistero ecclesiastico progettare sistemi di welfare. Spetta alla politica, che Leone XIV chiama a essere «capace di rallentare quando tutto accelera» e a orientare le dinamiche economico-tecnologiche verso il bene comune.

Il reddito di base universale, in questo senso, non è né benedetto né condannato dall’enciclica. È una delle risposte possibili a una domanda che l’enciclica, con forza, costringe a porre.[9]

 

Una bussola, non un manuale

La Magnifica Humanitas non contiene un piano economico. Non propone aliquote, non disegna sistemi di welfare, non si pronuncia sulla robot tax[10]. Ma offre qualcosa di più raro e più necessario: una bussola morale per un’epoca in cui la velocità del cambiamento tecnologico rischia di lasciare indietro milioni di persone prima ancora che la politica abbia trovato le parole per descrivere il problema.

Il lavoro deve restare un bene della persona, non una variabile da ottimizzare. Gli algoritmi che decidono la vita delle persone devono essere trasparenti e contestabili. I benefici dell’innovazione devono essere distribuiti, non concentrati. E chi rimane indietro — i lavoratori sostituiti, gli invisibili che addestrano le macchine, i giovani senza prospettive — non può essere trattato come effetto collaterale accettabile del progresso.

Centotrentacinque anni dopo la Rerum novarum, la questione sociale è cambiata. Ma la domanda di fondo è la stessa: chi paga il prezzo del cambiamento? E chi decide?

[1] Leone XIII, Rerum novarum, 15 maggio 1891.

[2] Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Laborem exercens, 14 settembre 1981, n. 6: «Il lavoro è un bene dell’uomo — è un bene della sua umanità — perché mediante il lavoro l’uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma anche si realizza come uomo». L’enciclica fu pubblicata nel 90° anniversario della Rerum novarum ed è il testo magisteriale più sistematico sul lavoro umano.

[3] L’espressione «quarta rivoluzione industriale» fu resa celebre da K. Schwab, The Fourth Industrial Revolution, World Economic Forum, Ginevra, 2016. Il concetto di «Society 5.0» è di origine giapponese, elaborato dal governo nipponico nel 5° Piano Scientifico e Tecnologico (2016): indica una società in cui tecnologia avanzata e valori umani sono integrati, superando il modello Industry 4.0 incentrato sulla sola efficienza produttiva.

[4] Sia consentito il rinvio a A. Zilli, La trasparenza nel lavoro subordinato. Principi e tecniche di tutela, Pacini Ed., 2022.

[5] Regolamento (UE) 2024/1689 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 giugno 2024, sull’intelligenza artificiale (AI Act).

[6] M.L. Gray, S. Suri, Ghost Work. How to Stop Silicon Valley from Building a New Global Underclass, Houghton Mifflin Harcourt, Boston, 2019; trad. it. LUISS University Press, Roma, 2021. Uno studio del TIME Magazine del 2023 rivelò che OpenAI aveva esternalizzato in Kenya, a meno di 2 dollari l’ora, il lavoro di filtraggio dei contenuti tossici necessario per addestrare ChatGPT. Cfr. anche A. Aloisi, V. De Stefano, Il tuo capo è un algoritmo. Contro il lavoro disumano, Laterza, Roma-Bari, 2020.

[7]. Cfr. Amnesty International, This Is What We Die For: Human Rights Abuses in the Democratic Republic of the Congo Power the Global Trade in Cobalt, Londra, 2016.

[8] Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2004, nn. 171-184.

[9] Il dibattito sul reddito di base universale (RBU / UBI, Universal Basic Income) è oggetto di ampi studi, per tutti v. recentissimo E. Menegatti, Can a Basic Income Make the Digital Revolution More Sustainable and Inclusive?. BIAłOSTOCKIE STUDIA PRAWNICZE, 2024, 29(2), 7-18, anche in https://cris.unibo.it/retrieve/c35365eb-1112-47eb-8429-cfbacd0b5a78/7_bsp-29-2-Book-1-1.pdf.

[10] La critica al PIL come misura esclusiva del benessere è consolidata: cfr. J. Stiglitz, A. Sen, J.-P. Fitoussi, Report by the Commission on the Measurement of Economic Performance and Social Progress, Parigi, 2009; OCSE, Better Life Index, dal 2011; ISTAT, Rapporto BES (Benessere Equo e Sostenibile), dal 2013.

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