BLOG

Meno punti se hai lavorato in part-time: può essere discriminazione di genere

Giurisprudenza - Anna Piovesana - 7 Ottobre 2021

In un bando indetto dall’Agenzia delle Entrate, relativo a una selezione per progressione economica, era previsto che il punteggio relativo all’“esperienza di servizio” venisse calcolato per i lavoratori/trici part-time, riproporzionando i periodi di servizio alla minore attività lavorativa svolta.

Una dipendente dell’Agenzia impugnava tale criterio, sostenendo che l’applicazione dello stesso produceva una discriminazione nei confronti delle lavoratrici, che utilizzavano in larga parte il part-time.

In primo grado, il Tribunale accoglieva il ricorso, ma la Corte d’appello riformava la sentenza. La lavoratrice si vedeva, quindi, costretta a ricorrere per Cassazione.

La Suprema Corte nella sent. n. 21801 del 29 luglio 2021 ha condivisibilmente affermato che l’utilizzo di un criterio oggettivo e apparentemente neutro, come quello che attribuisce un punteggio all’esperienza di servizio, parametrato sulla base dell’orario di lavoro svolto, può risultare discriminatorio se, nella sua concreta applicazione, penalizza le dipendenti.

La Cassazione ha criticato il metodo di indagine seguito dai giudici d’appello, i quali, per escludere la discriminazione di genere, avevano fatto leva sulla circostanza che tutti i dipendenti part-time avevano ricevuto un identico trattamento, indipendente dal genere. Secondo la Corte, tale ragionamento è pertinente alla discriminazione diretta, ma non è applicabile alle discriminazioni indirette, come quella in esame. Nel caso di specie, infatti, la verifica non andava compiuta avendo riguardo al “trattamento”, ma “all’effetto” discriminatorio.

Più precisamente, i giudici di secondo grado avrebbero dovuto individuare l’insieme dei lavoratori destinatari della disposizione censurata e, successivamente, verificare, tra quelli di sesso maschile e quelli di sesso femminile, qual era la percentuale dei colpiti/te dalla disposizione (in quanto part-time).

Se dal raffronto delle rispettive percentuali fosse emerso che i dipendenti part-time, penalizzati dal criterio di selezione, erano costituiti in misura significativamente prevalente da donne, i giudici d’appello avrebbero dovuto accertare la sussistenza di un effetto discriminatorio.

La Cassazione ha quindi annullato la sentenza, rinviando alla Corte d’Appello in diversa composizione l’effettuazione di una nuova indagine sulla scorta dei principi e del metodo sopra menzionato.

La sentenza in commento valorizza l’utilità del metodo statistico comparativo per far emergere comportamenti, criteri o prassi discriminatorie in situazioni apparentemente neutre.

Potrebbe interessarti anche