Il codice CNEL in busta paga: trasparenza contrattuale e contrasto al dumping retributivo

Con il decreto-legge 30 aprile 2026, n. 62 (cd. Decreto Primo Maggio) il legislatore introduce una misura destinata ad avere effetti concreti sul piano della trasparenza nei rapporti di lavoro e del contrasto alle pratiche di dumping contrattuale. A partire dal 1° maggio 2026, i datori di lavoro privati sono tenuti a indicare nel prospetto paga il codice alfanumerico unico assegnato dal CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) al contratto collettivo nazionale di lavoro applicato.
L’articolo 11 del D.L. n. 62/2026 interviene su due fonti preesistenti — la legge n. 4/1953 in materia di prospetto paga e il decreto legislativo n. 152/1997 sugli obblighi informativi nel rapporto di lavoro — ampliando il contenuto minimo delle informazioni che il datore di lavoro è tenuto a comunicare al lavoratore. Il codice identificativo del CCNL applicato dovrà ora comparire non soltanto nel cedolino mensile, ma anche nella lettera di assunzione e nelle comunicazioni obbligatorie al Ministero del Lavoro.
Il codice alfanumerico in questione non è una novità assoluta nell’ordinamento: istituito dall’art. 16-quater del D.L. n. 76/2020 (convertito in L. n. 120/2020), esso era già in uso nei flussi Uniemens trasmessi all’INPS e nelle denunce INAIL. Il D.L. n. 62/2026 ne estende la visibilità, rendendolo accessibile direttamente al lavoratore attraverso il proprio cedolino.
Il lavoratore che intenda verificare il codice indicato nel proprio cedolino può consultare l’Archivio nazionale dei contratti e degli accordi collettivi di lavoro del CNEL, recentemente riordinato, cercando il contratto corrispondente al proprio settore e livello di inquadramento.
Sul piano informativo, il codice CNEL consente al lavoratore di identificare con immediatezza il contratto collettivo che disciplina il proprio rapporto di lavoro e di verificarne la coerenza rispetto al trattamento economico e normativo effettivamente ricevuto.
Sul piano dei controlli, il codice diventa uno strumento di monitoraggio nelle mani delle autorità pubbliche. Ministero del Lavoro, Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL), INPS e CNEL potranno utilizzarlo per verificare l’effettiva applicazione dei contratti e programmare più efficacemente l’attività ispettiva. Il CNEL è inoltre incaricato di redigere annualmente un Rapporto nazionale sulle retribuzioni da trasmettere al Parlamento, contenente dati sulla copertura contrattuale e analisi per settori omogenei.
La previsione in esame solleva questioni di interesse anche dal punto di vista del diritto antidiscriminatorio. L’applicazione di contratti collettivi non rappresentativi, che comprimono i minimi retributivi e riducono le tutele normative, colpisce duramente i lavoratori più vulnerabili: migranti, donne, giovani, precari. In questa prospettiva, il codice CNEL non è soltanto uno strumento di trasparenza amministrativa, ma anche un presidio potenzialmente utile all’emersione di pratiche discriminatorie indirette radicate nella struttura stessa del trattamento contrattuale.
La possibilità di verificare agevolmente quale contratto collettivo sia applicato al proprio rapporto di lavoro, raffrontandolo con il CCNL più rappresentativo del settore, costituisce una precondizione per l’esercizio effettivo dei diritti e, ove necessario, per l’accesso agli strumenti di tutela individuale e collettiva.

